La vita in paese.

Lisciando i miei baffi d’argento, assumo l’espressione bonaria di nonno e inizio  il mio racconto.
C’era una volta…. Correzzana naturalmente, con aspetto diverso e abitudini diverse.

Vorrei raccontare della vita che si conduceva un tempo in paese, nelle cascine, nelle famiglie.

Inizierò dalle donne, non solo per cavalleria, ma per il grande rispetto che ho sempre avuto per il lavoro, spesso silenzioso e nascosto, che le nostre donne hanno sempre fatto.

Avevano per la maggior parte una vita piuttosto faticosa.
La loro giornata iniziava all’alba, magari con la “Mesa prima” (S. Messa) che veniva celebrata alle 6. Tornando si fermavano “in del prestinè” (fornaio) “a pruet” (a fare la spesa), che quasi sempre si limitava all’acquisto di qualche michetta, che veniva messa in quelle borse nere fatte di quadratini di pelle, e quindi frettolosamente tornavano a casa.
Accendevano il fuoco nella stufa o nel camino, non c’er il gas, perciò il fuoco serviva per scaldare l’acqua, cavata dal pozzo, e preparavano “ul cafè nel pignatin” (orzo tostato e macinato e miscela Leone) da mettere nel latte ai bambini. I grandi molto spesso facevano colazione col “pumià“, (zuppa di verdure e “pan gialt” cioè pane fatto con farina gialla).
Dopo questo, chi aveva mucche andava in stalla “a regulà i bestii“, cioè a dar loro il fieno, a mungerle, a cambiare la paglia sulla nlettiera. Poi c’era il pollaio, ma in questo erano aiutate anche dai bambini. Molto spesso, dopo aver rassettato un pò la casa e mandato i figli a scuola, andavano a lavorare nei campi.

Tornavano in tempo per preparare qualcosa per “ul disnà“, il pranzo, sempre frugale. Consisteva in un pò di minestra “cun la pestada” (lardo battuto e soffritto con cipolla e verdure) oppure polenta, qualche volta un risotto che come condimento aveva o il lardo  o il grasso delle galline che veniva cotto e conservato al fresco per essere usato appunto come condimento. Pane, verdure (allora sì rigorosamente bio e di stagione!) e un uovo completavano il menù. Lavavano i piatti nell’acqua calda, senza detersivo, non esisteva, e quell’acqua veniva tenuta in un secchio perchè serviva per fare il pastone per il maiale o per le galline.
Nel pomeriggio, “suta ul portic” le donne si facevano compagnia sferruzzando “la culzeta” o rammendando calze e “gipunitt” ( intimo). L’unico diversivo era il giorno in cui passava qualche venditore ambulante. Passava  “ul piaté“, venditore di stoviglie, “ul tregas“, fruttivendolo, “ul machireu“, venditore di stoffe e merceria. Per le donne era bello poter comprare qualcosina, con i soldini raggranellati con mille rinunce. Si trattava magari della tela per un “scusaa“, (grembiule) oppure un lenzuolo  per “la dota dela tusa” (dote della figlia).
Verso le 4 davano ai bambini un pò di pane spruzzato d’acqua e cosparso di zucchero (poco) per merenda.  Di nuovo in cucina per preparare la cena. Verso le 5 si sentiva da ogni casa uscire il rumore del coltello che batteva sul “pestalart” (tagliere). Era ancora minestra, con riso o “pasta rara”, oppure “pult” (pappa di polenta e latte). Dopo cena, tutti adulti, anziani e bambini “disevan i patèr” (rosario e preghiere della sera), quindi andavano a letto. Dove c’erano tanti figli dormivano anche in 4 in un letto singolo “du de co e du de pé“.

Ricordo una cosa che ancora mi fa pensare: “quanta fatica!!!” Era il giorno del bucato, il lunedì. Le donne versavano l’acqua scaldata nel paiolo della polenta, nel “segium” (mastello), immergevano i panni e chine sull’asse applicato al mastello lavavano. Mettevano tutti i panni lavati in due secchi, che appendevano al “bagier” (bastone che si metteva su una spalla coi secchi appesi, uno davanti e un dietro. Poichè l’acqua del pozzo era poca e serviva per dissetare persone e bestie, le donne andavano col loro carico pesante alla fontana del Pegorino a “resentà” (sciacquare i panni). E poi nuova faticaccia per riportare tutto a casa, stendere “in su la lobbia” (balconata coperta di cui quasi tutte le cascine disponevano).
Ricordo questi particolari con tenerezza ed anche malinconia, poichè ho visto molte volte mia madre fare tutte queste fatiche, senza mai lamentarsi. Se le donne a 50 anni erano sciupate e quasi vecchie un motivo c’era.
Insomma, i lati buoni e meno buoni della vita “c’erano anche una volta”.