Le donne di una volta.

Oltre a coloro che svolgevano i lavori domestici e agricoli, c’erano anche donne sia sposate che nubili, che lavoravano fuori casa.

Tra loro c’erano anche ragazze giovanissime, perchè un tempo la scuola dell’obbligo terminava con la quinta elementare, perciò ragazze di 13-14 anni venivano avviate “a laurà“. Non che prima potessero poltrire, tutt’altro! Dovevano badare ai fratellini ed aiutare facendo diversi lavori in casa, tranne le poche fortunate che venivano mandate ad imparare a cucire dalla sarta.

Le Correzzanesi, per lo più, andavano a lavorare “al Brusadel“, tessitura Brusadelli, situata nei pressi di Triuggio. Il posto di lavoro lo raggiungevano a piedi, calzando zoccoli, che d’estate significavano calli e vesciche ai piedi, e d’inverno fastidiosissimi geloni. D’inverno, col gelo, uscivano di casa col buio, buio pesto, perchè allora le strade erano poco o per niente illuminate. Attraversavano la valle del Pegorino, e fin lì erano accompagnate da uomini della “curt“. Proseguivano in gruppo, spettegolando tra loro per illudersi di avere meno paura e meno freddo. Allora non esistevano giacche a vento o piumini, si riparavano indossando maglie e sottovesti di lana.
Sulle spalle portavano uno scialle e sulla testa un foulard. Le loro mani erano screpolate dal freddo e dal lavoro. Parlavano tra loro, dicevo. Le più giovani, suppongo parlassero “de murus” (fidanzati), a volte veri, a volte sognati, magari nell’illusione di poter lasciare presto una vita così grama. Se avessero ascoltato quelle fra loro già sposate, avrebbero capito, che da maritate non andava tanto meglio, anzi! Soprattutto perchè sposandosi dovevano poi fare i conti con “la regiura” (suocera). Si, perchè una volta, il figlio che prendeva moglie, portava a vivere la sposa nella casa paterna, facendo un’unica famiglia e chi reggeva le redini della casa era appunto la “regiura”. Alcune suocere erano buone, altre invece erano autoritarie e non perdevano occasione per umiliare la povera sposina.

Queste donne lavoravano in tessitura 8 ore al giorno dal lunedì al venerdì, e fino a mezzogiorno al sabato. Il rumore dei telai era assordante, il lavoro era faticoso e svolto in ambienti gelidi d’inverno e soffocanti d’estate. Il pranzo, che portavano da casa, si limitava ad un pò di pane con una fetta trasparente di “bulogna” o “panzeta“, oppure un pezzettino di taleggio o un uovo sodo.
Tornavano a casa stanche morte, e dovevano “tirà indré i manich” (tirare su le maniche) e ricominciare a lavorare per la famiglia. La “quindesada” (la paga che allora veniva distribuita ogni 15 giorni), doveva essere consegnata rigorosamente in casa. Quindi le poverine, non tenevano nulla per sè. Solo se la “regiura” lo permetteva potevano tenere qualche spicciolo. Mi chiedo: quanta amarezza e quanta voglia di ribellione avranno provato dentro di loro? Eppure, mentre al sabato pomeriggio, “fasevan i mesté” (facevano le pulizie di casa), si sentivano cantare. Cominciava una e le altre si univano.

In “curt” rieccheggiavano le note di: “mamma mia dammi 100 lire“, “la bella la va al fosso“, “quel mazzolin di fiori“. Se chi iniziava a cantare era un pò più audace delle altre si sentiva anche “amado mio”. La domenica poi sfoggiavano “ul vestì dela festa, ma solo per “andà a mesa“, così le scarpe e le prime “calzet fin“, (calze di najlon). Tornate dalla messa, si rimettevano “scusà” e “zocher” (grembiule e zoccoli) e la loro vita tornava quella operosa e sottomessa di tutti i giorni.

Forse una vita meno caotica del vivere presente, ma faticosa e per nulla appagante.