I bagaj, ovvero i bambini nei miei ricordi.

Strettamente legato al racconto sulle donne, c’è quello sui bambini. Fino a cinquant’anni fa la natalità era abbondante. La presenza di sei o sette bambini per famiglia era la normalità. Quando una donna era gravida si diceva: “la ga de cumprà“. I bambini nascevano tutti in casa. La partoriente era assistita dalle donne di casa e dalla “cumà” (levatrice).

La cumà che io ricordo era la “Sciura Lina” di Lesmo. Quando si presentavano le doglie, la donna si metteva a letto. Le sue assistenti preparavano abbondante acqua calda e panni puliti per la mamma e il corredino per il piccolo. Questo era fatto di “patei” (pannolini, che allora erano pezzi di tela fine, non usa e getta, ma da lavare  accuratamente, compito questo assegnato alle ragazzine in attesa di andare in tessitura). C’erano poi le fasce, (il bimbo veniva fasciato, a volte proprio come una piccola mummia perchè anche le braccina venivano fermate dalla fascia). C’era anche “ul camisulin“, (camicino di tela fine, che veniva messo a contatto della pelle), c’erano cuffiette sia di tela che di lana per tenerlo caldo, ma anche nell’illusione di evitargli le orecchie a sventola. C’erano infine il golfino di lana e i “scalfitt” (babbucce di lana).

Mario004Durante il travaglio, la presenza del marito era rigorosamente bandita dalla camera dove avveniva il parto. Gli altri figli della partoriente venivano mandati, a seconda dell’età o a scuola, o da parenti o vicini di casa o a lavorare nei campi. Se tutto si svolgeva regolarmente, nel volgere di qualche ora si sentivano i vagiti del piccolo e gli apprezzamenti delle donne per mamma e neonato. A volte però, sorgevano complicanze che portavano il neonato ma spesso anche la mamma alla morte. Le conoscenze scentifiche erano limitate, le  condizioni igieniche in molti casi erano carenti come in molti casi anche le condizioni fisiche della partoriente non erano tali da sopportare la fatica del parto.
La puerpera rimaneva a letto qualche giorno, visitata regolarmente dalla levatrice e alimentata un pò meglio del solito per favorire la montata lattea. Riceveva la visita di parenti e vicine di casa che venivano a vedere il bambino e a “purtà paeula” (portare pagliuzze, cioè piccoli regali per il bambino). Quando si alzava, la puerpera portava un fazzoletto in testa per 40 giorni; (si diceva che la “quarantina”fosse un periodo particolarmente delicato, quindi la testa andava protetta). I bimbi venivano sempre allattati al seno; se il latte non c’era veniva dato “a balia” cioè affidato ad una donna che aveva partorito nello stesso periodo e che aveva latte in abbondanza. Questo, ovviamente richiedeva un compenso. Non esistevano succhiotti. Per calmare i neonati  “ul suscium“, (il ciuccio), veniva fatto in casa con una pezzuola bianca intinta nella camomilla o nello zucchero.

A pochi giorni dal parto il bambino veniva battezzato, molto spesso riceveva il nome di nonni o zii o parenti morti. Ecco perchè nei paesi come Correzzana ci sono tanti casi di omonimia. Anche altri parenti avevano dato lo stesso nome ai propri figli, così a volte si creavano problemi anche seri nelle famiglie. Man mano che il bimbo cresceva, veniva sempre più spesso affidato alle sorelline più grandi. Un pò lo spupazzavano e un pò lo mettevano nel “strincireu” (attrezzo di legno che alla base aveva un cerchio più grande con attaccate delle colonnine che reggevano un cerchio più piccolo dove il bimbo veniva infilato e sorretto sotto le ascelle). Mi raccontava una mia anziana zia che i bimbi, appena erano in grado di stare seduti venivano messi sul pavimento della cucina, o anche all’aperto con indosso un grembiulino o vestina (maschi o femmine vestivano uguale). Il grembiulino veniva fermato al pavimento con due sassi, uno davanti e uno dietro, in modo che il bambino non potesse cadere, nè di faccia nè di testa. Gli veniva data una crosta di formaggio da succhiare. Questo era l’antico massaggiagengive, quando “ul bagajn al casciava i dincitt” (quando al bambino spuntavano i dentini). Le pappe erano fatte di semolino e latte, o patate schiacciate con un pò di burro. Più avanti riceveva anche qualche pezzettino di pollo sminuzzato o premasticato dalla mamma. Che schifo, direte!!!!

Ma era così. Io ricordo che mia nonna era golosa di confetti. Li succhiava un pò, poi dava a noi bambini la mandorla da mangiare, perchè lei non aveva più i denti. I bambini crescevano a volte bene, ma in alcuni casi erano gracili. La mortalità infantile ai tempi era più alta.  Alcuni erano appunto gracili e affetti da rachitismo. Alcuni morivano perchè contraevano malattie. Tra queste la più frquente era “ul maa del grup” (difterite).
Fino ad una certa età venivano portati al Consultorio, sorta di ambulatorio pediatrico, gestito dall’OMNI, (ente nato nel ventennio e.f.). A tre anni i piccoli iniziavano a frequentare l’Asilo, che fino a 25 anni fa era comunale, ma gestito dalle suore. Ogni bambino vestiva col grembiulino, a quadretti bianchi e azzurri se maschietto, bianchi e rosa se femminuccia. Le suore cucinavano la minestra, il panino si portava da casa nel cestino. I giochi erano fatti di niente, i giocattoli erano un sogno.

I maschietti avevano qualche carrettino di legno fatto dal nonno o dal padre in inverno quando il lavoro nei campi concedeva una pausa. Ma bastavano anche 5 noccioli di pesca oppure le biglie di terracotta. un involto di stracci sostituiva il pallone.  Un rametto biforcuto e un elastico diventavano una fionda. Allora si trovavano galline azzopate, gatti che scappavano terrorizzati, perchè divenuti bersagli dei più monelli. Erano monellerie che costituivano un’alternativa ai piccoli compiti che già in tenera età (6-7 anni) venivano assegnati ai bambini.

Le bambine invece giocavano con le “pupole“, bambole simili a pigotte, fatte di tela imbottita e vestite di ritagli di stoffa. Pezzi di stoviglie rotte fungevano da piatti per giocare a mamma e servire torte fatte di fango. A 6 anni iniziava la scuola elementare, che fino al 1972 era situata nello stabile del Comune in cascina Guzzafame. Lì c’era anche l’Asilo e la casa delle suore. Quando gli alunni salivano o scendevano le scale della scuola facevano un fracasso pazzesco perchè allora sotto le scarpe c’erano delle mezzelunette di metallo perchè le suole durassero più a lungo. Nelle prime due classi,  gli alunni avevano nella cartella (di cartone) il sillabario, un quaderno con la copertina nera e i bordi rossi e una matita. Dalla terza classe, c’erano il sussidiario e il libro di lettura, due quaderni, matita e colori (pochi e da temperare poco per farli durare) e la cannuccia col pennino per scrivere in “bella”, e la carta assorbente per asciugare l’inchiostro fresco prima di girare la pagina. Macchie e orecchie sulle pagine costavano scapellotti da parte della maestra.

All’età di 8-9 anni quasi tutti i maschietti facevano il chierichetto, mentre le bambine frequentavano l’oratorio femminile presso le suore. A Correzzana poi, tante ragazze sono andate in convento. Vera vocazione? Voglia di stare meglio? Non so. Forse la religiosità diffusa nelle famiglie correzzanesi faceva anche venire la voglia di essere suore. L’infanzia però era breve. A 7-8 anni già si dava una mano in casa, chi a lavare i “patei”, chi a fare l’erba per i conigli, chi a dare da beccare ai polli, tutti dovevano contribuire con le forze adeguate all’età.
Forse però i bambini di un tempo erano più contenti di quelli del giorno d’oggi, tutti avevano poco, tranne gli scapellotti, quelli venivano distribuiti senza risparmio.

Mario Colombo